lunedì 8 dicembre 2014

Vegan Biscotti al limone e semi di papavero




Ricetta semplice e veloce
A cura di Paola Laura Fabbri
200 gr. di farina, quella che preferite
100 gr. di amido di mais
100 gr. di zucchero, quello che preferite
zest (scorza grattugiata di agrumi) di due limoni
4 gocce di olio essenziale di limone (facoltativo)
30 gr. di semi di papavero
160 gr. di burro vegetale ( burrolì, burro di cacao, margarina, margarina autoprodotta)
Setacciare gli ingredienti secchi con lo zest di limone e i semi di papavero, unire il burro vegetale freddo e se si decide di usarlo l’olio essenziale e intridere con la punta delle dita. Impastare velocemente e far riposare almeno un’ora in frigorifero.
Stendere l’impasto in una sfoglia spessa 5 mm. Con un coppa pasta tagliare i biscotti e cuocere in forno preriscaldato a 180°C per 20 minuti


domenica 7 dicembre 2014

Vegan Kanelbullar





A cura di Paola Laura Fabbri
Il Kanelbullar, arrotolato di cannella, pane di cannella o spirale di cannella  è un pane dolce di origine svedese che si  diffuse  intorno agli anni  venti del XX secolo.
Già  conosciuto nella seconda metà del secolo precedente, veniva cotto soltanto in case con risorse finanziarie sufficienti, per il costo dei suoi ingredienti. Dopo la prima guerra mondiale, la carenza di farina e zucchero  fece apparire nelle pasticcerie un nuovo tipo di pane dolce che consiste in una pasta arrotolata con cannella e glassata con lo zucchero e in qualche caso con aggiunta di uva passa e un sottile strato di burro. La pasta viene tagliata in porzioni individuali e messa al forno.
Ingredienti
450 gr. di farina, quella che preferite
25 gr. di lievito di birra
70 gr. di zucchero, quello che preferite
mezzo cucchiaino di cardamomo macinato
3 gr. di sale
200 gr. di bevanda vegetale (latte di soia, riso ecc..)
75 gr. di burro vegetale (burrolì, burro di cacao, margarine, margarine vegetali o autoprodotte)
Per la farcitura
50 gr. di burro vegetale
40 gr. di zucchero

Vegan Cioccolata in tazza ricetta base






A cura di Paola Laura Fabbri
Preferisco chiamarla cioccolata in tazza anche perché cioccolata calda è ovvio. Una precisazione, il termine cioccolata si usa solo per definire la bevanda. La tavoletta di chiama CIOCCOLATO e non cioccolata. Ogni volta che vedo ricette su pagine e blog di dolci vegani in cui si legge tot grammi di cioccolata riferito al cioccolato in tavoletta è come una coltellata al cuore.
Un po’ di storia riguardo questa BEVANDA (non tavoletta) divina.
Probabilmente i primi coltivatori della pianta del cacao furono gli Olmechi. I  Maya una bevanda calda a base di cacao cui però aggiungevano i fagioli delle loro piantagioni e chiamarono questa bevanda xocoatl da "xococ" che significa "cioccolato" e atl ossia acqua. La ricetta dello xocoatl era piuttosto semplice: i fagioli venivano arrostiti con le fave di cacao,  a questo miscuglio semi solido si aggiungeva acqua in quantità sufficiente  per  farlo diventare liquido e un po' di pepe. Per i Maya questa bevanda aveva una particolare importanza, le fave  di cacao erano ritenute molto preziosi.. Dopo la scoperta dell'America (1492) Cristoforo Colombo portò  in Europa i semi della pianta del  cacao, ma non furono molto graditi dalle grandi potenze europee che rispedirono al mittentei semi, preferendo coltivazioni più facili da produrre. Quelli che il navigatore italiano chiamava indiani d'America continuarono a divinizzare le piante di cacao fino al 1517, anno in Hernán Cortés sbarcò sul litorale messicano, vicino l'odierna Veracruz, dove era ubicato l'impero azteco. L'imperatore Montezuma II fece conoscere all'esploratore spagnolo la "chocolatl", una bevanda dolcissima a base di cioccolato condito con vaniglia e le spezie ed in modo che una volta preparato sia ridotto ad una schiuma avente la stessa consistenza del miele. La grande innovazione del "chocolatl" era che una volta introdotta in bocca essa diventava liquida grazie al freddo della saliva. Montezuma II consumava tale bevanda prima di entrare nel suo harem perché era convinto che la sostanza fosse afrodisiaca.  Cortés inviò gratuitamente in Spagna  chili di cacao: la nuova bevanda fu molto gradita alla corte di Carlo V, tanto che divenne lo status symbol delle classi sociali elevate. La cioccolata era fra i regali di nozze che Carlo V inviava quando un membro della sua famiglia sposava un nobile straniero: questi regali contribuirono alla diffusione della bevanda in tutta Europa, diffusione favorita anche dal fatto che il sovrano non volle mai rendere pubblica la ricetta della cioccolata; nacquero in queste modo varie leggende sulla preparazione di questa dolcezza.
La ricetta originale della cioccolata era una miscela di cacao, acqua, vino e vari tipi di spezie. Gli spagnoli cominciarono a riscaldare la miscela ed a dolcificarla con lo zucchero, che importavano dalle colonie dopo avere introdotto la coltivazione della canna da zucchero oltre oceano (la disponibilità di zucchero, cacao e caffè diede un notevole impulso all'arte culinaria, permettendo la nascita della pasticceria europea come arte autonoma).Gli inglesi furono i primi ad avere l'idea di sostituire l'acqua con il latte e di consumarla dopo pranzo. Nel XVIII secolo nacquero a Londra ed in varie zone dell'Inghilterra le chocolate house, che divennero celebri almeno quanto le coffee house: in questi luoghi i clienti potevano consumare liberamente una tazza di cioccolata. La prima "Casa del Cioccolato" nacque  a Londra nel 1657.  A causa del  costo elevato,  la cioccolata fu per più di un secolo una bevanda rivolta esclusivamente all'élite della società. Il termine "cioccolata calda" è un neologismo coniato probabilmente in Italia molto tempo dopo: inizialmente la bevanda era chiamata semplicemente cioccolata. Nel 1828 nacque in Olanda la prima macchinetta che produceva la cioccolata tramite un dischetto di plastica contenente cacao, acqua e latte che veniva filtrato meccanicamente. La fragranza della bevanda uscita dalla macchinetta era però diversa da quella originale, in quanto più acida. Si scoprì poco dopo che i progettisti della macchinetta avevano usato surrogato di cacao, che era meno gustoso rispetto al cacao originale ma che si legava più facilmente al latte e all'acqua calda. L’aggiunta di panna montata alla cioccolata rende la bevanda più accattivante ma anche più calorica. La fantasia dei baristi crea ogni giorno nuove varianti dal miele al caffè, dal caramello alla crema, dai cereali alle noccioline, tutto può essere aggiunto con risultati più o meno soddisfacenti cioccolata. Oggi la cioccolata  è bevuta ed apprezzata in tutto il mondo. Recentemente è nata in Italia la cioccolata "fredda", la cui ricetta è uguale a quella calda ma che si ottiene attraverso un processo di raffreddamento del cacao.
Particolare è la BARBAJADA cioccolata milanese con una storia interessante che riporto di seguito.
E’ una crema di cioccolato e caffè..una bevanda storica della prima metà dell’ottocento.Deve il suo nome all’inventore, Domenico Barbaja nato a Milano nel 1778.Iniziò la carriera come cameriere in un caffè milanese e grazie alle sue attitudini diresse il teatro alla Scala, il San Carlo e il Teatro alla Cannobiana (ora Teatro Lirico). Portò al successo importanti compositori, fu agente teatrale di  Gioacchino Rossini, Gaetano Donizzetti e Vincenzo Bellini.
Proprietario dell’omonimo caffè sotto lo scomparso Coperto del Figini, fondò il Caffè dei Virtuosi che sorgeva a fianco del Teatro alla Scala, e, forse in memoria delle sue umili origini di cameriere, creò la Barbajada bevanda a base di caffè e cioccolato, diffusa a Milano fino agli anni trenta.
Gli ingredienti sono Cioccolata liquida, Caffè, Latte o panna.
per 2 persone
2cucchiai di cacao amaro
Zucchero
¼ di l. di latte freddo o panna
2 tazzine di caffè appena fatto

Si prepara mettendo nella cioccolatiera un terzo di cioccolata liquida, un terzo di caffè e un terzo di latte o panna e frullando il tutto sul fuoco in modo che faccia la schiuma. La cioccolata deve essere sciolta in acqua e non latte.
D’estate è ottima anche fredda.
LA cioccolata in tazza deve avere la giusta consistenza, non deve  troppo densa altrimenti sembra budino e nemmeno troppo liquida altrimenti è latte e cacao. questa è la cosa difficile, ottenere la giusta consistenza cosa rarissima nei bar.

Ricetta versione vegan:
Io preferisco farla con l’acqua, si sente il sapore del cacao molto meglio rispetto a quella con il latte, Inoltre aggiungo una parte di  cioccolato tritato.
Ingredienti per due tazze o tre, meglio due :-)
300 gr. di acqua o bevanda vegetale (latte di soia, riso ecc) , se decidiamo di usare latte vegetale già che ci siamo esageriamo, usiamone uno al cioccolato
15 gr. di fecola di patate o amido di mais
40 gr. di zucchero, quello che preferite.

giovedì 4 dicembre 2014

Vegan Tronchetto di Natale, buche de Noel




Versione con crema di marroni e panna montata vegetale professional crem 
A cura di Paola Laura Fabbri
Il culto del fuoco, come pure il culto degli alberi, vanno inseriti nella grande cornice dei riti del “solstizio” invernale. Il calore e la luce del fuoco evocano la luce solare che, negli ultimi giorni dell’anno, è al minimo astrale. Mentre, l’albero (specialmente i sempreverde), simbolo di vita, elemento cosmico per eccellenza, con i suoi culti, richiama in essere le forze della natura, assopite nel letargo invernale. Ed è proprio in questo orizzonte cultuale “bipolare” (fuoco-albero) che va collocata la tradizione del ceppo di Natale. Uno di quei “relitti” pagani che è sopravvissuto, quasi intatto, nelle pieghe del cattolicesimo popolare e contadino., al pari dell’abete natalizio, del vischio e dell’agrifoglio. 
La sera della vigilia di Natale era consuetudine mettere ad ardere nel camino un ceppo di quercia (“ciocco” per i toscani, “nadalìn” per i friulani, “zoc de Nadel” per i romagnoli) che doveva bruciare per dodici giorni consecutivi (i “dodekameron” solstiziali). Un rito, questo, che assumeva un carattere solenne, con il coinvolgimento di tutta la famiglia. Nel nostro sud contadino spettava al più piccolo di casa porre il ceppo sul fuoco. Un particolare che rimanda al carattere iniziatico di questa funzione. Mentre, benedire il ceppo con del vino (come in Provenza) o con olio e farina (come nel resto della Francia) ricorda gli antichi culti della fertilità. Ed è da questa usanza che trae origine la “buche de Noel”, il dolce simbolo del Natale francese, che vuol dire proprio “ceppo di Natale”. 
Decisamente propiziatoria era l’usanza toscana di percuotere il ciocco con le molle del camino, mentre, intorno, i familiari cantavano l’Ave Maria, distribuendo dolci e frutta secca, in segno beneaugurante. Si credeva che il ceppo percosso, bruciando più velocemente, allontanasse la “negatività” accumulata durante l’anno. Emerge qui, evidente, la funzione apotropaica attribuita al “sacro” ciocco. http://www.taccuinistorici.it/ita/news/contemporanea/usi---curiosita/Sacro-Ceppo.html
Ingredienti per il bisquit versione vegan
100 gr. di farina tipo 0
35 gr. di olio di semi di mais

martedì 2 dicembre 2014

Vegan Carteddhate, ncarttiddrate, cartiddate


Il nome potrebbe derivare da carta, incartellate, cioè sinonimo di incartocciate, secondo la loro tipica forma arabesca. Tra le varie ipotesi sia il dizionario Saracino sia il Nobile fanno derivare la parola dal greco κάρταλλος (kartallos) = cesto o paniere a forma puntuta. Esse vengono raffigurate la prima volta in una pittura rupestre del VI secolo a.C. rinvenuta nei pressi dell'attuale Bari in cui viene rappresentata la preparazione di un dolce assai simile chiamato la lanxsatura: il piatto colmo era offerto agli Dei secondo il culto di Cerere, di probabile origine greca e associato alle offerte fatte a Demetra, dea della terra, durante i misteri Eleusini. Agli albori del Cristianesimo, queste frittelle rituali si sarebbero trasformate in doni alla Madonna, cucinati per invocarne l'intervento sulla buona riuscita dei raccolti. Alla tradizione cristiana si fa risalire anche la loro forma, associata all’aureola di Gesù Bambino. Le cartellate sono, inoltre, citate come Nuvole et procassa in un resoconto del 1517, stilato in occasione del banchetto nuziale di Bona Sforza, figlia d'Isabella d'Aragona e nel 1762 in un documento redatto dalle suore benedettine di un convento di Bari. http://www.taccuinistorici.it/ita/news/medioevale/dolci/CARTELLATE-aureole-del-Divino-Infante.html

 La preparazione avviene componendo nastri di una sottile sfoglia di pasta, ottenuta con farina, olio e vino bianco, unita e avvolta su sé stessa sino a formare una sorta di "rosa" coreografica con cavità e aperture, che poi verrà fritta in abbondante olio. Ne esistono numerose varianti, ma la ricetta tipica regionale è quella che le vede impregnate di vincotto tiepido o di miele, e poi ricoperte di cannella, zucchero a velo oppure mandorle. Il vincotto è un condimento derivante dalla cottura del mosto proveniente dalle uve salentine Negroamaro e Malvasia o dai fichi
Versione vegan a cura di Paola laura Fabbri
In pratica è la stessa ricetta dei purceddhruzzi e come i purceddhruzzi fanno parte dei dolci natalizi salentini
Ingredienti:
700 gr, di farina, quella che preferite
300 gr. di semola di grano duro

Paste di nocciola.



A cura di Paola Laura Fabbri
Ho tentato un esperimento. con la stessa ricetta e procedimento della pasta di mandorla ho tentato quella alla nocciola. Esperimento riuscito
Ingredienti
500 gr. di farina di nocciole
250 gr. di zucchero, quello che preferite
100 gr. di acqua
scaglie di cioccolato fondente per la decorazione
In una casseruola versare lo zucchero e l’acqua, portare ad ebollizione e cuocere a fuoco basso fino a completo  scioglimento dello zucchero.  Versare la farina di nocciole e cuocere a fuoco basso, mescolando continuamente, fino a che la pasta non si stacca dalle pareti. Togliere dal fuoco, mettere l’impasto in una sac à poche con bocchetta decorata. Formare delle roselline su una teglia rivestita di carta da forno. Decorare con pezzi di cioccolato. Cuocere in forno preriscaldato  a 180°C per 10-12 minuti.



Vegan Paste di mandorla e pasta di mandorle alla rosa (Pasta te mennule o Pasta ti mennuli)


Paste di mandorle alla rosa




Un po’ di storia prima della ricetta
I progenitori del marzapane sembra siano stati in epoca etrusco-romana dei dolcetti di mandorle che erano offerti alle divinità, ma la sua ricetta, realizzata con pasta di mandorle dolci, albume d'uovo e zucchero, risale al XIII-XIV sec. 
Il marzapane dall'arabo "marzaban", era un'unità di capacità in uso a Cipro ed in Armenia quale sottomultiplo del moggio. Come accadde per l'anfora, per la giara o per la botte, l'unità di misura cedette il suo nome al contenitore tarato sulla misura stessa. Questa scatola di legno leggero (tipo quello dei setacci) dotata di un coperchio, venne utilizzata per usi diversi. Per racchiudere la corrispondenza o i documenti importanti (da questo il modo di dire "aprire i marzapani" nel senso si svelare segreti), ma anche per spedire speciali dolci prodotti a Cipro, confezionati con farina, pasta di mandorle ed altri ingredienti. Dato che questi dolci prendevano la forma della scatola ed erano simili a pani, il nome dell'involucro passò al contenuto. A Venezia, grazie alla relativa facilità con la quale era possibile reperire lo zucchero, già nel XIV secolo i pasticceri erano famosi per l'abilità con cui riuscivano a ricavare dal marzapane 
figure e sculture di ogni genere. 
Forse la più antica e famosa preparazione fatta con questa pasta è la Frutta di Martorana, che vide la luce ufficialmente a Palermo, nel convento annesso alla chiesa eretta durante il 1143 da Giorgio d'Antiochia, alto ufficiale del re. Con il marzapane le suore confezionavano per la festa di Ognissanti piccoli dolci, che imitavano in modo sorprendente frutti d'ogni tipo dai colori vivacissimi, ottenuti grazie alla gomma arabica che permetteva di fissare le tinte vegetali derivanti da rose, zafferano, pistacchio ecc. L'impasto veniva chiamato anche "pasta reale" in quanto degno di un re: nella fattispecie il normanno Ruggero II re di Sicilia. 
Nel 1193 ca. la nobildonna Eloisa Martorana fece costruire un monastero benedettino accanto alla chiesa ed al convento, e così in suo onore, sia il complesso edilizio che i dolci preparati dalle monache assunsero il nome "della Martorana". Con il passare del tempo ogni ricorrenza religiosa si guadagnò uno speciale soggetto di marzapane: pecorelle per Natale, cavallucci per Sant'Antonio, agnelli per Pasqua. 
Il successo di questi dolcetti spinse la corporazione dei Confettari a tentare di ottenere il monopolio della loro produzione. Lo scopo venne raggiunto nel 1575 con l'intervento del sinodo diocesano di Mazara del Vallo, che proibì alle religiose la preparazione della Frutta di Martorana perché arrecava troppa distrazione al raccoglimento liturgico. http://www.taccuinistorici.it/ita/news/medioevale/dolci/Dolcetti-di-marzapane-e-frutta-di-Martorana.html.
Fantastico prodotto molto diffuso in  Sicilia, sardegna  e  nel mio amatissimo Salento Pasta te mennule o Pasta ti mennuli in salentino
Ricetta versione vegan a cura di
Paola Laura Fabbri
500 gr. di farina di mandorle